Creta, salendo verso l’Acropoli dorica di Polyrínia.

Aggiornato il: feb 22



Siamo lontani da Cnosso, dal Minotauro e dal suo labirinto. Ci troviamo sulle labirintiche alture alle spalle del golfo di Kissamos, l’estremo ovest dell’isola di Creta. Raggiungere l’Acropoli di Polyrínia è addentrarsi in un dedalo di minuscole stradine (asfaltate) che inerpicano e discendono le montagne. Un’immersione tra terrazzamenti di ulivi e minuscoli villaggi dove la vita sembra sospesa tra cielo e mare, tra tempo attuale e spiritualità atemporale. L’andamento dei percorsi non consente accelerazioni, si avanza col respiro regolare di questa terra aspra e seducente, ruvida e armoniosa al contempo. È tempo di raccolta e negli uliveti sterminati e spesso inaccessibili rilucono al sole le reti stese a terra che attorniano i tronchi secolari. Raggiunto l’improbabile villaggio cretese, più teatro che dimora, dipinto, ingegno, essenzialità, armonia la cui estetica è abolizione della ricerca estetica, della conservazione, del rinnovamento per divenire unitariamente vestigia vivente del vivere, la prima domanda che sorge, deambulando nei vicoli disseminati di fiori delle “belle di notte”, ciottoli eruttati dal tempo, legna da ardere avvizzita, terrazzi pergolati, viti autunnali, grappoli d’uva e zucche secche dipinte in estasi tra chiome bianche e api dall’addome arancione, placidi gesti, su secchi colmi d’olive grosse com’è noci, sul ceppo di falegnameria, sul pugno d’origano sui pomodori dolci come l’atmosfera della taverna fuori dal tempo, di placida gente locale, decrepita e incomparabilmente armonica, è: cosa mai sarà il resto del mondo per costoro che abitano questo angolo di Creta pacifico e remoto? Ad ogni svolta una casa, sulla quale il tempo ha agito la sua parte per renderla inimitabile, buona per il ritiro di ogni artista, ogni sognatore, ogni innamorato. Nel XIX canto dell’Odissea Ulisse facendosi passare per un discendente di Minosse enumera le cinque popolazioni che abitano Creta: achei, eteocretesi, cidoni, dori e pelasgi. Attorno e sopra il villaggio di Polyrìnia, l’omonima acropoli era originariamente una colonia dorica del VII secolo a.C., occupata successivamente dagli achei, quindi dai romani, e tutti sembrano sopravvivere nella lentezza e negli sguardi serenamente isolani, e isolati, ma non soli, dei suoi abitanti, che quasi si contano sulle dita di una mano.

Le case tagliate nella roccia e quelle di laterizi si sovrappongono, a volte si confondono anch’esse come le generazioni i cui geni sono stati protetti da queste asperità rocciose. Nel silenzio, sotto il volo degli avvoltoi, non è difficile immaginarsi dei bambini dorici giocare davanti a queste stanze scavate. Loro ne avevano il tempo; tutto ciò che dovevano imparare era compreso nell’emulazione dei loro genitori. Questo li preparava esaustivamente alla vita. Ben più dura è la sorte dei nostri esausti figli contemporanei...




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